giovedì 29 settembre 2016

LA BELLA ESTATE

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Scheda del libro

TITOLO: La bella estate
AUTORE: Cesare Pavese
EDITORE: Einaudi
ANNO: 1949
PAESE: Italia
TRAMA: Tre romanzi brevi, ambientati tra Torino e la campagna, uniti dalla comune tematica di una giovinezza che lascia il posto alla maturità, portando con sé disillusione e sconfitta.



Le mie riflessioni

Mi piace essere onesta e, così come altre volte non ho esitato a stroncare un libro che non ho apprezzato, questa volta devo inchinarmi davanti alla grandezza di Cesare Pavese e ammettere di non sentirmi all’altezza di un vero e proprio commento di questa raccolta. Ovviamente è assolutamente indubbio il valore immenso della scrittura di Pavese, della sua grande capacità descrittiva, delle riflessioni profonde e delle ambientazioni coinvolgenti. Ho potuto apprezzare tutte queste qualità, ma sento di non aver colto fino in fondo quello che esse volevano probabilmente significare e trasmettere al lettore. Forse si tratta solo di insistere e leggere altro di questo scrittore, che effettivamente non avevo ancora avuto modo di affrontare.

Detto questo, vediamo cosa mi rimane della lettura.
L’edizione che ho tra le mani proviene dalla collezione anni ’70 di mia madre e porta con sé i segni del tempo e il fascino dell’usato.
Il libro esce per la prima volta nel 1949 nella collana “I supercoralli” di Einaudi e comprende al suo interno tre romanzi brevi accomunati tra loro per le tematiche ricorrenti. Nel 1950, il trittico varrà poi il Premio Strega a Cesare Pavese.

La bella estate è il racconto che dà il titolo alla raccolta, scritto nel 1940. Ginia è una giovane sartina ingenua e inesperta della vita. Vive con il fratello Severino e gode di una certa libertà, rispetto alle proprie coetanee, sottoposte al controllo di genitori e fratelli maggiori. Grazie ad Amalia, una ragazza più grande di lei, che lavora come modella presso alcuni artisti, Ginia inizia a frequentare Guido, un pittore di cui si innamora, ma che finirà per deludere le sue aspettative. Ed è proprio grazie a questa forte disillusione che Ginia entra nel mondo adulto, abbandonando l’innocenza dell’adolescenza attraverso una serie di esplorazioni e scoperte. In particolare è l’attrazione verso la trasgressione e il vizio che portano la protagonista a vivere una serie di esperienze che la cambieranno per sempre. Gli ambienti bohémien di Torino, la sessualità, la malattia sono le grandi novità che si troverà a vivere nel corso di un inverno che la traghetterà alle porte di una nuova estate (ma potremmo anche dire di una nuova fase della vita) più consapevole di sé e del mondo circostante.

Il diavolo sulle colline, pubblicato nel 1948, racconta invece l’estate di tre studenti universitari, uniti da una forte amicizia: l’io narrante, Pieretto e Oreste. La prima parte della storia si svolge a Torino, dove i ragazzi incontrano per caso Poli, figlio di proprietari terrieri, che li trascinerà in una smaniosa scorribanda notturna con risvolti tragici: un tentato omicido per mano di Rosalba, ex-amante di Poli e il successivo suicidio della donna. I tre amici tornano quindi ognuno alla propria vita, per poi ritrovarsi in campagna, a casa della famiglia di Oreste, dove riscoprono i piaceri della natura, perdendosi in lunghe camminate, chiacchiere e bagni di sole e fango al pantano. Venuti a sapere che Poli si trova nella tenuta di famiglia non lontano da lì, decidono di fargli visita. Lo trovano in compagnia di Gabriella, la moglie di cui ignoravano l’esistenza, e, su insistenza della coppia, rimangono con loro per il resto dell’estate. Anche in questo racconto assistiamo al passaggio brusco dalla giovinezza all’età adulta. Dopo un’estate profondamente segnata dalla trasgressione delle regole e dall’eccesso (dalle mattinate al pantano nudi e ricoperti di fango, alle nottate in bianco gironzolando senza meta per Torino, all’uso sfrenato di alcol e, in certi casi, di droghe), la partenza improvvisa di Poli, malato di tisi, getta con violenza i tre giovani nel mondo adulto, fatto di responsabilità e conseguenze da pagare.
Oltre a Il grande Gatsby, che giustamente in molti citano parlando de Il diavolo sulle colline, non ho potuto fare a meno di pensare a Bruno e Roberto ne Il sorpasso. Altra epoca, certo, ma personalmente vi ho trovato gli stessi ruoli e la stessa funzione iniziatoria alla vita.

Tre donne sole (1949) chiude il trittico con la storia di Clelia, che incarna la figura della donna moderna, in una Torino ancora segnata dalla Guerra da poco conclusa. Riscattate le proprie origini operaie, si è fatta da sola ed è ora una rinomata modista. Si mantiene grazie al proprio lavoro, vive con un uomo con il quale non è sposata ed è padrona della propria vita; una donna indipendente, dalle grandi responsabilità. A Torino per aprire un negozio, frequenta la buona società, scoprendone la vacuità e l’assenza di valori. Conosce la cinica Momina, sposata e al tempo stesso indipendente, Morelli, la Nene, Mariella, Loris, Fefè e Rosetta. Circondata dalla futilità e dalla superficialità di questo mondo, che al contrario aveva immaginato affascinante, Clelia non se ne lascia mai attrarre completamente e riusce così a mantenere le distanze e, di conseguenza, a salvaguardare il proprio equilibrio. Non sarà così per Rosetta invece, che, fragile qual è, si lascia sopraffare da questo vuoto e terminerà per suicidarsi.

Le tre storie, completamente indipendenti l’una dall’altra, sono legate tra loro da una serie di tematiche, particolarmente care a Cesare Pavese. Il fil rouge per eccellenza è sicuramente il passaggio dalla giovinezza all’età adulta, segnato sempre dalla grande disillusione di vedere le proprie aspettative tradite e smentite. Quella de La bella estate è una generazione dominata dalla noia, una grande insoddisfazione che non trova sfogo se non nel gusto per la trasgressione e per il limite, sia questo lo strafare, l’alcol o la droga.
Come Poli stesso dirà, ormai tisico e con la sigaretta in mano:
«Sono i piccoli peccati che fanno la giornata. Giocarsi la vita in un vizietto, in cose da nulla. È tutto un mondo da scoprire».
Una generazione in smaniosa ricerca di felicità, da trovare rigorosamente fuori da sé, che denota un profondo disagio nei confronti della vita, di cui non si coglie il senso. Ed è così che le pedine più deboli giungono al suicidio in un vero e proprio climax che si consuma con il procedere delle pagine: dal pensiero fugace e subito abbandonato di Ginia, alla notizia di Rosalba, che arriva un po’ per sbaglio e di striscio… a Rosetta, che prima lo tenta invano, poi riesce a portarlo a termine. E sarà lo stesso Pavese a chiudere il cerchio, commettendolo pochi mesi dopo aver ricevuto il Premio Strega, nel 1950.

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