venerdì 9 settembre 2016

I PESCI NON HANNO GAMBE

Scheda del libro

TITOLO: I pesci non hanno gambe
AUTORE: Jón Kalman Stefánsson
EDITORE: Iperborea
ANNO: 2013
PAESE: Islanda
TRAMA: Ari torna in Islanda, a Keflavík dopo tre anni di assenza. Era partito lasciando moglie e figli e ora la salute del padre richiede la sua presenza. Il rientro in una terra ostile, ormai svuotata dalla partenza dell’esercito americano e dalla crisi economica imminente, lo getta in un vortice di pensieri sulla sua vita, il suo passato e quello dei suoi antenati.

Le mie riflessioni

Amo molto il Nord Europa e vorrei tanto girarmelo con calma. In realtà, finora, ho visto poco e niente, ma ogni tanto capita che finisca per farci un salto in libreria! Eh sì, anche in letteratura mi piace spaziare oltre i confini nazionali, per scoprire piccoli e grandi dettagli su chi vive lontano da me. Cosa mangiano, a cosa pensano, com’è la loro quotidianità. E allora ogni tanto parto per la Norvegia, per la Finlandia, per la Svezia… questa volta per l’Islanda.

Ecco, però non è per niente facile parlare de I pesci non hanno gambe, che mi ha accompagnata nelle settimane di vacanza, tra mare e montagna, tra (pochi) squarci di sole e (numerosi) temporali. Primo di un dittico, il libro mi ha coinvolta molto e mi ha posto diverse domande. Con lo scorrere delle pagine mi sono sentita sballottata tra il vortice dei pensieri di Ari, con la vita andata in fumo un banale martedì, e la frustrazione di Margrét, rinchiusa in casa a crescere i figli.

L’Islanda, un paese di cui forse tutti sappiamo poco o nulla, lontano anni luce dal resto d’Europa e circondato dal freddo del Mare di Norvegia. Distante e isolato. E ancora più isolata è Keflavík, «il posto più nero d’Islanda», dove Ari ha trascorso buona parte della sua vita, prima di lasciare moglie e figli e partire per la Danimarca. Durante gli anni della Guerra Fredda, la base militare americana è ancora l’unico contatto con l’esterno: le navi portano nel Paese beni fino ad allora sconosciuti e una stazione radiofonica diffonde i grandi gruppi che hanno fatto la storia della musica moderna, dai Beatles ai Pink Floyd.

Ma l’Islanda rimane comunque buia, fredda e inospitale, dominata da una natura particolarmente esigente. E proprio alla natura, Jón Kalman Stefánsson dedica una grande attenzione, trasmettendo tutto il peso che questa ha sulla vita degli abitanti e sulla loro psiche. L’Islanda si mostra attraverso le montagne, il cielo, i vulcani, i fiordi, il freddo, il vento, la neve… il mare. Il mare, che, oltre a dare tanto, prende senza chiedere il permesso, inesorabile. Il mare, che per secoli ha sfamato la popolazione e che ora non gli appartiene più. Un mare che fa diventare adulti in fretta e che marca una linea netta tra uomini e donne.
«[…] ma tu lo senti il mare, chiede Ólöf, la più piccola, alla sorella, no, risponde Hulda. Nemmeno io, dice Ólöf e il tono deluso nella voce è così struggente che Margrét si volta a guardarla. Forse sono solo i maschi che lo sentono, replica Hulda, e per questo papà ha dato lo strombo a Þórður e non a noi».
Attraverso le storie di Ari e della sua famiglia ho percorso buona parte della storia d’Islanda degli ultimi cent’anni e ho sentito tutta la solitudine che la pervade. Come quella di Ari, che sembra avere un solo vero amico (ma chi è poi questo amico?), che non parla con il padre e che ha perso la madre da bambino. Ma anche quella dei soldati americani, che, non appena sbarcati sull’isola, vengono risucchiati dalla malinconia. Poi c’è la solitudine di Jakob che è rimasto vedovo e non trova le parole per avvicinarsi al figlio. Infine Margrét, cui la vita in un paesino della costa islandese sta stretta e le lunghe giornate in casa con i figli, in attesa di un marito per mare, danno alla testa… e allora capita che ci si ritrovi per strada in camicia da notte, ad abbracciare sconosciuti.

Ecco che narrare e scrivere diventa un antidoto proprio contro questa solitudine e contro la malinconia, nel tentativo di trattenere i ricordi un po’ più a lungo nella memoria.
«La vita cresce dalle parole, la morte dimora nel silenzio. Per questo dobbiamo continuare a scrivere, a raccontare, a mormorare versi di poesie e imprecazioni e così tenere lontana la morte, per un po’».
Un romanzo profondo, con tonalità liriche e atmosfere drammatiche, ricco di frasi incredibili, da sottolineare e da ricopiare: sulla vita, sulla morte, sull’amore, sulla poesia, sull’animo umano.
«La poesia può senza dubbio salvare il mondo, ma sono così poche le persone che la leggono, e sempre meno; un’etnia a rischio di estinzione. Sarebbe più sicuro metterli sotto tutela, inserire chi legge poesie nella lista dei patrimoni dell’umanità UNESCO».

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