giovedì 5 maggio 2016

OGNI MALEDETTO LUNEDÍ SU DUE

Scheda del libro

TITOLO: Ogni maledetto lunedì su due
AUTORE: Zerocalcare
EDITORE: Bao Publishing
ANNO: 2013
PAESE: Italia
TRAMA: Il terzo libro di Zerocalcare raccoglie le strisce pubblicate a cadenza bi-settimanale sul suo blog, nel corso di quasi due anni, accompagnate da una storia inedita di cinquanta pagine che fa da cornice. Il racconto di una generazione, della perdita delle illusioni e l’approdo (o meglio il naufragio) nel mondo dei trentenni.


ogni_maledetto_lunedìLe mie riflessioni

Come dicevo nella scheda di Un polpo alla gola, le strisce di Zerocalcare abbondano di riferimenti agli anni ’80 e ’90, con oggetti (per lo più giochi) e personaggi reali o fittizi della sua/mia infanzia e adolescenza. E quindi alcuni di questi li ritroviamo anche in Ogni maledetto lunedì su due. Personalmente questa volta sono letteralrmente morta di risate con Dawson Leery che difende il captcha e i neuroni di Esplorando il corpo umano che cercano la risposta allo stimolo aggressivo.

Proprio perché si tratta di una raccolta di strisce dal blog, nel libro non esiste una vera e propria trama lineare e organica, anche se i vari episodi sono legati tra loro da una storia inedita, a colori, che ci traghetta, su una zattera scalcagnata, nel mondo senza sicurezza e disilluso dei trentenni di oggi. Questa generazione viene raccontata con il solito sarcasmo, unito a una franchezza e freschezza, dal sapore naive.

Le varie vignette, quasi fossero capitoli di un romanzo, toccano diversi aspetti della quotidianità di Calcare, mettendo in luce sfaccettature e lati di noi stessi che solitamamente non ci immaginiamo neanche di avere. Credo che chiunque trovi in queste pagine una propria vena nerd o una spiccata dose di ipocondria e paranoia. E così facendo tutti ci sentiamo presi in causa e ci riconosciamo nelle pagine del libro. È per esempio il caso di Insonnia, in cui Calcare non riesce a dormire, e frustrato urla:
«Questo bracciodimmerda dovecazzolometto?»
Con la sua sentenza assurda, ma al tempo stesso geniale:
«Le nostre braccia fisse sono la prova che la strada dell’evoluzione è ancora lunga»

Ma è anche il caso della striscia I vecchi che usano il pc o ancora di Piumino, in cui Calcare cerca in ogni modo di infilare il piumone nel suo sacco senza riuscirci. Io, donna, non sono certamente tra quel 75% che si realizza con così poco, ma posso orgogliosamente dire di aver trovato il mio metodo (usando dei ciappetti per biancheria, tanto per precisare). Ebbene, ho tentato più volte di istruire il mio compagno, per condividere con lui questa pratica poco piacevole, ma ho dovuto miseramente rinunciare e rassegnarmi a cambiare le lenzuola da sola. Mi sembra di aver capito che «usa gli angoli» non rientri nel vocabolario maschile!
Ma proprio perché chi più chi meno, chiunque si è certamente trovato almeno una volta nella vita alle prese con lenzuola e coperte, l’episodio è certamente uno dei più divertenti, con uscite tipo «Il piumino è come il porco te ce devi sporcà le mano fino ar gomito» o opzioni pancabestia contro i branchi di nutrie.

Dicevo però che il libro parla dei giovani di oggi e della mancanza di illusioni con cui si trovano a vivere. E sono/siamo a tal punto immersi nella precarietà che Zerocalcare si ritrae su una zattera malmessa, le cui corde si allentano continuamente, costringendolo a rifare i nodi che si sciolgono uno dopo l’altro.
Così come ribadisce due anni dopo la pubblicazione del libro, in un'intervista su La Stampa, la sua (e, ribadisco, la mia) è una generazione le cui aspettative sono state miseramente tradite.
Ma è solo procedendo nella lettura che riesco a cogliere la vera cornice del libro e, insieme, il suo valore... e così un po' alla volta mi redo conto del gusto profondamente amaro che le risate lasciano dietro di sé. Per riassumere con le tristi parole di Zerocalcare stesso:
«È che i trentenni non esistono più, come gli gnomi, il dodo e gli esquimesi. Adesso c’è l’adolescenza, la post-adolescenza e la fossa comune. I trentenni sono una categoria superata, a cui ci si attacca per nostalgia, come il posto fisso».

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