giovedì 17 marzo 2016

LO STRANIERO

Scheda del libro

TITOLO: Lo straniero
AUTORE: Albert Camus
EDITORE: Bompiani
ANNO: 1942
PAESE: Francia
TRAMA (spoiler): Patrice Meursault è un impiegato di origine francese residente ad Algeri. Da un telegramma viene a sapere della morte della madre, che viveva in un ospizio a Marengo. Il figlio si reca alla veglia e poi al funerale senza mostrare alcuna emozione. Con la stessa apatia intreccia una relazione amorosa con Marie e frequenta Raymond e il vecchio Salamano
Per puro caso uccide un arabo a colpi di pistola e per questo viene arrestato e processato. In fase di esame non dimostra nessuna collaborazione né con il procuratore, né con l’avvocato e sempre con distacco accoglie la condanna a morte.



lo-stranieroLe mie riflessioni

Ecco che vi ho svelato la lettura che ero curiosa di cominciare la settimana scorsa!
Chiedendo in giro, ho scoperto che chi ha studiato francese alle scuole superiori, ha dovuto leggere allora Lo straniero, in lingua originale. Io, avendo fatto inglese, non ho avuto questa occasione e non ho neanche mai avuto l’opportunità di affrontarlo in italiano. Quando ho letto Atti osceni in luogo privato di Missiroli, che osanna Camus per tutto il romanzo, ho deciso che forse era arrivato il momento. Ecco che quindi l’ho aggiunto alla mia wishlist. Qualche settimana dopo, leggo su Facebook che la mia amica O., da un anno trasferitasi a Parigi, lo ha appena iniziato e che questo sarà il suo primo libro letto completamente in francese! Bene, in passato con O. parlavamo per ore delle nostre rispettive letture e ci capitava spesso di leggere le stesse cose io in italiano, lei in greco o io in inglese e lei in spagnolo… insomma, viva le lingue!
Ad ogni modo, scoprire che anche lei lo stava leggendo ha fatto sì che il titolo schizzasse al primo posto della lista.

Forse è strano, ma spesso cerco di non sapere niente di ciò che andrò a leggere, per non influenzare troppo il mio giudizio fino a quando non ho finito l’ultima pagina. Anche questa volta infatti non sapevo assolutamente cosa aspettarmi e mi sono trovata completamente spiazzata da Meursault. Per tutto il libro ho cercato di capirlo, di decifrarlo e temo di non esserci riuscita fino in fondo. Alla fine ho quindi dovuto approfondire su internet, per confrontare le mie impressioni con recensioni e analisi più autorevoli. In parte mi è servito a fare chiarezza, ma forse avrò bisogna di una rilettura, un giorno o l’altro, per cogliere ancora qualche altro dettaglio.
Penso di poter comunque dire che l’essenza di Meursault si colga già dalle primissime parole:
«Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so.»
Dalle prime due frasi del libro, trapela chiaro il cinismo di quest’uomo, apparentemente normale, ma in realtà completamente privo di emozioni. L’apatia e l’indifferenza con cui affronta tutto quello che gli capita è disarmante: dal funerale della madre, all’amore che Marie gli dimostra e che lui non sente (ma tanto è lo stesso, come afferma lui stesso), l’assassinio, il processo e la condanna a morte. Tutto sembra scivolargli addosso senza lasciare traccia. Il processo lo incuriosisce, a tratti addirittura si distrae, è infastidito dal caldo… ma non cerca mai di spiegare il proprio gesto. A ogni pagina ci si chiede come possa subire in modo così passivo la vita, senza mai uno slancio, un’emozione. E a ogni pagina cresce l’antipatia che suscita nel lettore.

Ma in tutto questo, Meursault cerca una giustificazione all’esistenza e non la trova e proprio per questo lo straniero è lui: verso se stesso e verso il mondo che lo circonda, nel quale non si riconosce e al quale non accetta di conformarsi. Nell’introduzione, Roberto Saviano ricorda che Camus stesso si è sempre sentito uno straniero: in Algeria perché di origine francese, in Francia perché vissuto in Algeria, tra Arabi perché Francese e quindi privilegiato e tra Francesi perché di famiglia umile.
Il protagonista va incontro a un destino assurdo, ma ineluttabile. Per dirla con le parole dell’infermiera:
«Se si va adagio, si rischia l’insolazione. Ma se si va troppo in fretta, si suda e poi in chiesa si piglia un colpo di freddo»
Quindi, mettila come vuoi, ma alla fine non c’è via di scampo: tutti andiamo incontro allo stesso destino, tutti moriamo. E in quest’ottica, il vivere stesso perde senso, la vita infatti capita senza una ragione, semplicemente accade. Anche Meursault, alla fine, si dovrà arrendere a questa assurdità: certo, avrebbe potuto vivere in un altro modo, fare altre scelte, ma cosa sarebbe cambiato?
«che m’importava delle vite che si scelgono, dei destini che si eleggono, se poi era un unico destino a eleggere me e con me miliardi di privilegiati […] Tutti erano privilegiati. C’erano solo privilegiati. Un giorno anche gli altri sarebbero stati condannati.»
Se tutti siamo destinati a morire, che differenza fa se ciò accade subito o fra vent’anni?
Sarà, ma a me quei vent’anni di scarto non sembrano affatto superflui… anzi, sono più che sufficienti per cambiare il corso della storia o il destino di chi ci circonda. Per cambiare la nostra vita, per darle un senso (sì, per me la vita un senso ce lo deve avere!) e magari per cercare di rendere un po’ meno terribile questo mondo. Poi certo, alla fine tutti moriamo, non lo metto in dubbio.

A questo punto mi chiedo se abbia veramente capito il libro… forse no. Sento che tutti ritrovano se stessi tra le pagine di Camus, imparano a conoscersi, scoprono chissà cosa… mentre io mi sento solo disarmata da tutto questo cinismo e faccio fatica ad andare oltre. Insomma, amici lettori, se avete qualche dritta da darmi, ne sarei felicissima. Attendo i vostri commenti!

2 commenti:

  1. Io lo lessi che avevo 19 anni forse perché all'epoca era di moda chiedersi in maniera cinica su come si svolgeva la vita. Confesso che allora apprezzai il modo di sentire così distaccato e privo di sentimenti che l'esistenzialismo cercava di introdurre e spiegare. Ora (che sono passati più di 50 anni) trovo che quello che Camus scrisse fosse solo un modo di presentare l'aridità di una persona e discutere su questo argomento. Credo che, se lo rileggessi adesso, anch'io non lo capirei, non lo accetterei e anzi mi sentirei "armata" contro il suo cinismo.

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    1. Grazie Ombretta, ogni singolo commento per me è oro! Potersi confrontare sulle proprie impressioni è il mezzo migliore per affinare la riflessione e magari capire ciò che prima sfuggiva.
      Mi viene da dire che il segreto forse sta proprio lì: certi libri hanno un loro momento specifico, un'epoca o un'età migliore per essere apprezzati al meglio. Ricordo che a 15 anni mi innamorai di Siddharta di Hermann Hesse, ma, se lo rileggessi adesso, temo che lo troverei banale e sdolcinato.

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